lunedì 17 giugno 2013

Il decreto svuota giustizia



 Il governo sta per varare il cosiddetto “Decreto svuota carceri”. I punti fondamentali del provvedimento sono semplici: arresti domiciliari per chi ha pene fino a 4 ( e forse addirittura 6) anni di reclusione e ultimo periodo di detenzione da passare a casa aumentato da 12 a 18 mesi. Inoltre verrà incoraggiato il lavoro all’interno degli istituti di pena, misura commendevole ma che viene da tempo promessa da tutti.

La situazione del nostro sistema penitenziario, come si sa, è gravissima: 66mila detenuti a fronte di una capienza di 45mila. Tra coloro i quali sono in prigione ben 26.000 sono in attesa di sentenza definitiva, più di 40% del totale.

La situazione non è recente: il sovraffollamento persiste da decenni e l’ultimo provvedimento tampone fu l’indulto del 2006 del ministro Mastella che rimise in circolazione migliaia e migliaia di detenuti, molti più del previsto.


Sarebbe ingiusto prendersela con il ministro Cancellieri che è appena arrivata e si è trovata tra le mani la patata bollente; tuttavia bisogna dire forte e chiaro che svuotare le carceri in questo modo é un provvedimento dannoso ed immorale, da condannare senza se è senza ma.

I provvedimenti di amnistia, comunque mascherati o denominati, sono tipici delle monarchie e dei regimi autoritari. Nasce l’erede di Sua Maestà: amnistia! Gli stati liberali, costituzionali e democratici, si basano sull’uguaglianza davanti alla legge e la Rule of Law, il cui corollario è la certezza del diritto e della pena. Ogni deviazione è intrinsecamente antidemocratica e discriminatoria e mette in discussione la legittimità delle istituzioni.

In secondo luogo le scarcerazioni di massa sono inefficienti sotto due profili. Le galere si svuotano un po’ e si riempiono subito dopo più di prima. Questo è quello che è storicamente sempre avvenuto, anche dopo l’ultimo indulto del 2006.

Inoltre aumentano i reati. Fin dai primi studi seminali del premio Nobel Gary Becker la correlazione tra delitti e castighi é abbastanza evidente. Più persone vengono catturate, condannate e incarcerate, più diminuisce il tasso di criminalità (naturalmente incidono altri fattori, come quello demografico, l’efficienza della polizia o i flussi migratori ). Ergo, se rimetto in libertà prima del tempo persone che hanno commesso reati, poichè non tutti tra questi sono redenti (sono statistiche, non supposizioni moralistiche: i recidivi esistono), si incrementa la probabilità di aumento dei crimini, soprattuto se queste persone si convincono che lo Stato non é serio nel punire. É un semplice calcolo economico: se la probabilità di pagare per i peccati é bassa e il frutto del malaffare é alto, la propensione a delinquere è incoraggiata.

Peggio ancora se di ciò se ne convince l’intera popolazione. Quale sarà l’effetto deterrente del codice penale se fino a 6 anni si può scontare la pena ai domiciliari? Già ora fino a 4 anni di condanna tra affidamento ai servizi sociali e sconti vari, il penitenziario non lo si visita. Si pensi che la condanna più alta per i poliziotti che hanno pestato i ragazzi alla caserma Bolzaneto é stata di 3 anni e 2 mesi. Nessuno (nel loro caso gioca l’indulto) farà un solo giorno di prigione: è questo che si vuole dal nostro sistema penale?

In realtà ci sono due problemi: la mancanza di strutture carcerarie decenti e la lunghezza dei processi che tiene in galera troppe persone in attesa di giudizio. Del secondo problema ormai ci si é smessi di preoccupare: i processi durano, amen. Del primo, grazie anche ad un’ostilità ideologica verso la gestione degli istituti di pena da parte di privati (escludendo magari le funzioni di polizia), come succede in molti civilissimi paesi, da anni la mancanza di fondi e di immaginazione (abbiamo le caserme vuote, strutture adattissime per ospitare centinaia di maschi adulti a fine pena o non socialmente pericolosi, quindi a scarsa propensione all’evasione) blocca tutto.

E, come troppo spesso accade, la politica, non riuscendo a dare le risposte giuste ai problemi veri, parla d’altro, si scarica da responsabilità e crea danni alla collettività.
(Fonte)
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