giovedì 11 aprile 2013

L’amara libertà di essere disuguali



Due sono ormai le parole ricorrenti nella politica istituzionale. In nome loro, vengono decise politiche draconiane di austerità, che invece di risolvere, non fanno altro che confermare una condizione di illibertà. Si tratta di «precarietà» e «disuguaglianza», termini che dovrebbero orientare il pensiero critico nella traversata del deserto neoliberista ma che invece sono entrati a far parte del lessico di intellettuali, economisti preoccupati di dimostrare che le disuguaglianze e la precarietà sono una anomalia, una parentesi di una società che tende, grazie al buon funzionamento del mercato, all’uguaglianza. Convinzione smentita dai dati europei sul crescente divario di reddito esistente nelle società, uniti a quelli sull’altrettanto crescente esercito del lavoro «atipico» e sulla disoccupazione che ha superato la boa del dieci per cento (in Italia, le cifre sui disoccupati oscillano tra i 3 milioni e i 3,5 milioni di senza lavoro, mentre quelle sui precari sono oltre i 4 milioni).

Le eccezioni non mancano e vedono protagonisti piccoli gruppi intellettuali o movimenti sociali. Preziosa nello svelare il carattere immanente delle disuguaglianze nel capitalismo è, ad esempio, l’analisi che da anni conduce il filosofo francese Etienne Balibar, di cui vanno segnalati, oltre il recente Cittadinanza (Bollati Boringhieri), i volumi La proposition de l’égaliberté e Citoyen Sujet, entrambi pubblicati dalla casa editrice Puf. Questo nulla toglie al fatto che, tanto la precarietà che la disuguaglianza, sono tornate a infoltire di titoli una pubblicistica impegnata nel riproporre, in forma innovata, dispositivi keynesiani che hanno garantito al capitalismo oltre trent’anni di sviluppo. Tra quest’ultimi vanno ricordati il Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, il tedesco Ulrich Beck, l’inglese Anthony Giddens, il polacco Zygmunt Bauman, lo statunitense Richard Sennett, cioè i «senza partito» ritenuti le punte di diamante del pensiero democratico. Tra queste due posizioni, occorre affiancarne un’altra, che sviluppi una critica alle politiche di austerità, considerando i «senza partito» democratici interlocutori, senza rinunciare all’obiettivo di una sintesi tra eguaglianza e libertà, all’interno di una superamento del lavoro salariato, di cui la precarietà è solo l’ultima manifestazione, in ordine di tempo.

La costante neoliberista
Rilevante a questo fine è prendere atto che, sia nello spazio nazionale che in quello europeo, la condizione precaria e le disuguaglianze sono oggetto di politiche sociali che tendono a contenere gli effetti destabilizzanti all’interno del modello di accumulazione capitalistica neoliberista. Come ha argomentato Maurizio Lazzarato nella raccolta di scritti da poco pubblicata dalla casa editrice ombre corte, Il governo delle disuguaglianze è da considerare una costante del neoliberismo, sgomberando così il campo della retorica dello stato minimo che ha accompagnato il lungo inverno della controrivoluzione neoliberale. Lo stato, argomenta in maniera convincente l’autore, è lo strumento per assicurare la gestione e la legittimità delle disuguaglianze, ma anche per plasmare un «uomo nuovo», quell’individuo proprietario che doveva diventare il perno su cui far ruotare l’insieme delle relazioni sociali e attorno al quale costruire un nuovo progetto di società dove l’insieme delle tutele sociali e i diritti sociali della cittadinanza siano merce da acquistare sul mercato della protezione sociale. Che questo sia lo scenario che ha caratterizzato il neoliberismo non ci sono molti dubbi. Soltanto che dal 2008 il dominante governo delle disuguaglianze è entrato in crisi.

Il capitalismo ha visto non solo crescere la povertà, ma anche una diffusa indisponibilità di uomini e donne a fare proprio l’incubo dell’individuo proprietario. Indisponibilità che si è tradotta nelle forme ambivalenti del populismo, nell’esplosione di rivolte sociali che hanno attraversato gli Stati Uniti e l’Europa. E nella crescita, in alcuni paesi del vecchio continente, come l’Italia, la Spagna e la Grecia, dell’astensionismo elettorale. Ed è proprio in Europa e negli Stati Uniti che l’attenzione e la denuncia della precarietà e delle disuguaglianze è più forte. Anche in questo caso, le posizioni che si contendono l’arena pubblica si concentrano sulle politiche adeguate per affrontare una «questione sociale» che viene spesso paragonata a quella di fine Ottocento o a quella successiva alla «grande crisi» del ’29. E se la troika europea subordina l’accesso ai diritti sociali di cittadinanza all’accettazione della precarietà, negli Stati Uniti le disuguaglianze sono l’esito di una economia di mercato andata fuori controllo.

Nel suo ultimo libro – Il prezzo delle disuguaglianza, Einaudi, pp. 473, euro 23 – Joseph Stiglitz denuncia la crescita del reddito dei dirigenti di impresa e quello del lavoro dipendente. Il panorama sociale al di là dell’Atlantico vede una minoranza di super ricchi e una numeroso esercito costituito da ceto medio impoverito e working poor. Per il premio Nobel per l’economia, se continuano così, gli Stati uniti non solo sono destinati a un lento declino economico, ma vedranno lo sbriciolamento delle sue stesse fondamenta democratiche. Da qui, la sua valorizzazione di Occupy Wall Street, cioè un movimento che ha come collante proprio la denuncia della polarità esistente tra il 99 per cento della popolazione impoverita e il restante un per cento. La via d’uscita proposta è il ritorno a politiche redistributive del reddito, a un limitato intervento dello Stato in economia per lo sviluppo delle infrastrutture necessarie a rendere competitive imprese sempre più globali, investimenti nella formazione e politiche volte a garantire una diffusa assistenza sanitaria.
Al di qua dell’Atlantico, gli fa idealmente eco il pamphlet di Zygmunt Bauman che denuncia la falsità della retorica dominante seconda la quale La ricchezza di pochi avvantaggia tutti (Laterza, pp. 100, euro 9). Anche in questo caso, il dito è puntato contro il crescente divario di reddito che caratterizza le società europee e statunitensi. A differenza di quella svolta da Stiglitz, ci troviamo però di fronte a un’analisi che lega disuguaglianze e precarietà, dove il secondo termine indica l’esito di quel dissolvimento delle istituzioni della modernità che Barman ha più volte posto come esito dell’avvento della società liquida.

Cacciatori di innovazione
Quello che però né Stiglitz né Bauman affrontano è il venir meno del nesso tra cittadinanza e lavoro. Nella condizione precaria, infatti, l’accesso ai diritti di cittadinanza garantiti dallo stato nazionale è interdetto, mentre il regime di accumulazione ha necessità di attivare un ciclo continuo di innovazione, sempre più delegato al lavoro vivo. La precarietà, dunque, va considerata come la condizione propedeutica affinché le imprese possano attingere a un bacino di expertise in un mercato del lavoro che non prevede più la stabilità nel rapporto professionale. È dunque un dispositivo che consente la «cattura» della capacità innovativa del lavoro vivo.

In una importante analisi delle tesi di Bauman e Sennett, la filosofa italiana Ilaria Possenti ne delinea, nel volume Flessibilità (ombre corte, pp. 195, euro 18), alcuni dei tratti distintivi. Adattabilità a cambiamenti repentini del processo lavorativo, gestione individuale del rischio, sviluppo e cura delle rete sociali che consentono di poter gestire l’intermittenza della presenza nel mercato del lavoro. Se per i neoliberisti, tutto ciò significa diventare «imprenditori di se stessi», per Ilaria Possenti queste sono le caratteristiche del «precario», figura lavorativa che sembra calzare a pennello per le giovani generazioni, ma che Sennett considera prerogative dell’antica figura dell’artigiano ritornata in auge nel capitalismo contemporaneo.

Nei suoi ultimi scritti - L’uomo artigiano e Insieme, entrambi pubblicati da Feltrinelli – Richard Sennett afferma che stiamo assistendo alla rivincita del lavoro concreto sul lavoro astratto, che dovrebbe consentire di far tornare a un livello socialmente accettabile le diseguaglianze. Ciò che non convince dell’analisi di Sennett non è solo la sua apologia del lavoro artigiano, ma la rimozione del fatto che sono proprio quelle caratteristiche che egli assegna al lavoro concreto ad entrare in campo nei processi di valorizzazione capitalistica. Più la precarietà diviene norma generale, più il processo di espropriazione della capacità innovativa del lavoro vivo è quindi garantito. La precarietà è cioè il dispositivo che regola i rapporti tra capitale e lavoro vivo.

Le linee del colore, la differenziazione generazionale, la contrapposizione tra permanenti e temporanei sono dunque da considerare forme di governance del mercato del lavoro, scandito appunto dalla precarietà. In altri termini, le differenziazioni generazionali, di razza e sessuali sono parte integrante di quel governo delle disuguaglianze che, anche se in crisi, è lo sfondo entro cui collocare il tema della precarietà.

La missione impossibile
Tutto ciò può servire a quell’attraversata del deserto che il pensiero critico sta compiendo. Va detto che molte altre sono le acquisizioni che ha tratto dal neoliberismo, meglio dal capitalismo contemporaneo. Tra queste, l’impossibilità di un ritorno alle norme che regolavano il rapporto tra capitale e lavoro nel passato. La precarietà non è infatti un incidente di percorso, ma il presente e il futuro del lavoro vivo. L’altro aspetto che è stato reso evidente dai movimenti sociali di questi anni è l’indisponibilità a funzionare come oggetto passivo. Ci sono stati processi di organizzazione del precariato, mentre il tema del reddito di cittadinanza è entrato a far parte del lessico politico tanto in ambito nazionale che sovranazionale. Il rischio che si corre è che precarietà e reddito siano ridotti a significanti vuoti da riempire secondo i vincoli dettati, appunto, dal «governo delle disuguaglianze».

In ambito europeo, ad esempio, precarietà e continuità di reddito sono temi affrontati all’interno di politiche di workfare: si accede al reddito solo se si è disponibili a svolgere un lavoro qualunque esso sia. La precarietà è qui declinata secondo le politiche di austerità imposte dalla troika ai paesi dell’Unione europea. In ambito nazionale, il reddito di cittadinanza è relegato da forze ritenute antisistema – il movimento cinque stelle – nell’ambito di un misero sussidio di disoccupazione al quale gli «intermittenti» del mercato del lavoro hanno diritto, additando i dipendenti del settore pubblico come dei «privilegiati».
La posta in gioco, tuttavia, è di prospettare il reddito di cittadinanza come un flessibile strumento per quella mission impossible che è la sintesi tra eguaglianza e libertà, all’interno di un superamento del regime fondato sul lavoro salariato.
(Fonte)
Stampa il post

Nessun commento:

Posta un commento